Dottorato di Ricerca in Composizione Architettonica

Sedi consociate: Dipartimento di Progettazione architettonica Istituto Universitario di Architettura di Venezia, Dipartimento di Progettazione dell’Architettura del Politecnico di Milano, Facoltà di Architettura Università degli studi di Napoli.


Autore: Luca Falconi Di Francesco

Titolo: L’abitazione e l’architettura dell’abitazione nella costruzione della città contemporanea

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ABSTRACT

«La casa è (…) il problema edilizio del presente, il vero problema della grande città»: la citazione è datata 1927 -L.Hilberseimer, Groszstadt Architektur – al 1929 ed al 1930 risalgono rispettivamente i CIAM di Francoforte e di Bruxelles, ma il tema ad oggi è una costante e l’intervallo temporale non ne appanna le valenze1. Abitazione ed architettura dell’abitazione in un distinguo che dice, in un binomio inscindibile, del problema sociale (e la questione così posta ha origine antica), e del tema compositivo (quest’ultimo è affrontabile in modi diversi nella costruzione della città contemporanea nella iterazione, o non, del tipo e dei tipi).

Centro, conurbazione e territorio aperto possono darsi in un continuo urbanizzato in una soluzione di assenza di limite, dove non sempre è ravvisabile la certezza di una non crescita, o meglio dove è la città dei luoghi riconoscibili a non ri-generarsi. Al contrario, in un dilagare secondo regole incerte, i luoghi concentrazione della sola funzione abitativa contribuiscono ad una variazione solo quantitativa senza dar corso alla umana necessità di individuare luoghi e spazi, cassando la vocazione al dimorare (i luoghi propri dell’abitare ed i luoghi dell’architettura civile) in una dimensione policentrica; dove perifericità dovrebbe essere indicazione topografica della distanza tra luoghi-spazi di collocazione non contigua, e non una attribuzione qualitativa.

In questo macrocosmo tematico è collocabile ogni lacuna-urbana nella sua perifericità qualitativa, e/o localizzativa, alla cui interpretazione (architettonica) potrà servire aumentarne l’entropia e/o intervenire sulle linee di discontinuità. Non è esercitabile, in questo ambito, un discrimine sul posizionamento della funzione abitativa 2 o sulla soluzione architettonica che il costruire richiederebbe. La lecorbusiana Unité d’Habitation de Grandeur Conforme (U.H.G.C.) mostra una duttilità nel principio di localizzazione nella uniformità ideale del tipo (come episodio singolo o come frammento di un piano mancato) e nella scelta compositiva dell’aggruppamento, o iterazione monotòna del tipo primordiale, al cui fianco non è pregiudizialmente non inseribile la variazione.

Discrimine non esercitabile proprio nel montaggio (tecnica compositiva) di figure-architetture in una identità operativa architettura-urbanistica; l’U.H. è una possibile lettura-interpretazione del testo urbano che pone la domanda sull’abitare, volume il cui radicarsi apre ad un sistema complesso che determina relazioni urbane ed architettoniche.

L’edificio chiamato unità di abitazione dichiara assiomaticamente la struttura razionale che lo arma; sin dalla sua appellazione si pone la interrogazione del senso da attribuirsi ad unità:

– unità che parla della unicità ed indivisibilità di un “corpo” ove tutto è necessario secondo una unitas absoluta

– contrapposizione a pluralità in una unità di tempo, luogo ed azione

– la complessità e pluralità ricondotte ad unità dal gesto sapiente che si ancora al bouteiller, unità di abitazioni – unità dell’opera d’arte nella corrispondenza tra ispirazione e forma

– numero 1 (l’unità) fondamento per possibilità combinatorie – unità di misura, volume elementare di controllo dello spazio e strumento di composizione (unità fisica) – unità da combattimento, da usare in squadriglia come paquebots urbani.

Unità è la qualità di ciò che è indiviso, la ricchezza dell’articolazione dell’unità di abitazione è correlativa di molteplicità ed è in questo senso, di necessità di ogni parte alla totalità, che parleremo di composizione.

Prima che l’unità di abitazione diventasse di grandezza conforme (UHGC), prima che la risposta all’alta densità divenisse l’Unité, quando a pianta cruciforme o a zampa di gallina il grattacielo era unità di abitazione elemento-modulo delle strategie abitative urbane, si sviluppavano già quelle scelte che confluiranno per montaggio (ideale) all’interno della Unité d’Habitation de Grandeur Conforme.

Il rigore esemplare della struttura logica 3 dell’edificio è la chiave della interscambiabilità dei materiali nella garanzia della invarianza che ne deriva, da qui per Le Corbusier (LC) la possibilità di brevettare le soluzioni: la scelta dell’industrializzazione diventa occasione per comporre concependo la variazione, nel montaggio dei pezzi prefabbricati, come preziosa occasione della construction à sec. Corrispondenza tra logica costruttiva e logica formale degli elementi in una serrata relazione di parti tra loro parlanti, in un irrompere di esperienze che attraversano tutta la ricerca architettonica ed artistica lecorbusiana secondo proporzionamenti conformi a esigenze molteplici.

La modificabilità del tipo originario apre (nel modello e nei progetti giunti ad eseguibilità ma non compiuti) alla possibile introduzione di anomalie nella serie (nella fedeltà al tipo primordiale), con disvelamento di nuove possibilità per intessere connessioni tra edificio e sue estensioni: preziose indicazioni nella contemporaneità 4.


L’abitazione nella costruzione della città resta il problema dell’oggi. Lo è perché le mutazioni avvenute in questo secolo, con una rapidità prima d’ora sconosciuta, non hanno permesso una modificazione adeguata dell’idea di abitare. A sostegno di questa prima, semplice, osservazione è facile richiamarsi alle polemiche sulla ricostruzione nella Francia postbellica; nella lotta tra la “tradizione” ed il “nuovo” si colloca in quel momento storico l’ Unité d’Habitation de Grandeur Conforme, divenendo principio della determinazione e del limite di fronte alla diade dell’illimitato del dibattito architettonico. Fin qui nulla di originale, ma la constatazione della permanenza nell’oggi del tema abitazione induce a rivolgersi alle indicazioni lecorbusiane per l’esemplarità delle risposte date.

modulorunite-02.gifL’UHGC, come ha tenuto a sottolinearmi André Wogenscky in una conversazione privata, è la risposta architettonico-urbanistica al problema dell’alta densità, è evidente quindi come non tutti i luoghi dove sono state edificate UHGC avessero vocazione per un tale tipo di manufatto. Ma quello che qui interessa è la risposta al problema abitazione nella esemplarità del metodo. Gli edifici UH, realizzati e non, con grande libertà mostrano, sopra ogni cosa, la fedeltà a principi generali rifiutando la schiavitù di problemi legati ad epidermidi o a questioni strutturali.

Resta, quindi, l’indicazione di una procedura compositiva da cui si può essere affascinati o non, in ogni caso una possibile indicazione di una via per la ri-costruzione dei luoghi.

Grandi luoghi distrutti dalla seconda G.M. non ve ne sono più, ma traslati con la situazione contemporanea non sono poi così azzardati. Sempre più distinta è la separazione tra i luoghi dell’abitare e quelli dello stare collettivo (siano funzioni amministrative, commerciali o ricreative), questo in una disposizione spontanea verso una linearizzazione della città, e contemporaneamente in una continuità indistinta.

Facendo un passo indietro, tornando alla definizione di unità evidente sarà la non conciliabilità tra l’UH e la città della tradizione. Antonie Chrysostome Quatremère de Quncy a cavallo dei secoli XVIII e XIX dà una definizione di unità (ovvero di una teoria-procedura della composizione) dalla quale è utile muoversi 5. In un progetto dimostrativo da trattatista, ove la successione non è dettata dal solo ordine alfabetico, la voce Système del Dizionario (precedente ad Unité) così è descritta: «Questo vocabolo è formato da due voci greche, dalla preposizione syn e dal verbo istemi, le quali unite insieme equivalgono ad insieme, a composizione.

Un sistema qualunque è un aggregato di più cose formanti un tutto». Più oltre alla voce unità questo «tutto» come risultato di un processo di formazione viene meglio specificato. In questa «azione collettiva (…) la unità non consisterà punto nella uniformità d’azione di ciascuna parte, ma per lo contrario in una diversità de’ loro impieghi, diversamente sottoposta ad un principio motore che fa concorrere a uno stesso fine le diverse funzioni di ciascun membro, o di ciascun organo». La distinzione tra una «uniformità delle forme, di fatti, di situazioni (…)» il cui esito, indica Quatremere, altro non sarebbe che un «unisono» ed una unità come azione collettiva di parti «il cui legame produce un tutto», è il passaggio decisivo per definire come un raggiungimento il risultato definito unità dell’opera.

Combinazione-composizione a «cui non si possa né togliere né aggiunger nulla»; un Système a cui arrivare attraverso una procedura è quello che si mostra nella UHGC, e, il progetto garantirà l’unità come esito.

«L’unità non è un dato» 6.

Quatremère, secondo una distinzione che a Eugène Viollet-le-Duc apparirà come non fondata 7, considera sei tipi di unità: di sistema e di principio, di concetto e di composizione, di pianta, di alzato, di decorazione e di ornato, di stile e di gusto.

Les Tuileries diversamente dal «grandioso palazzo di Caserta» – la commistione contro la composizione – il fare di molti contro il prodotto del genio di un singolo: stessi concetti che saranno del LC della Construction des villes. «Dall’insieme più o meno completo di tutte queste unità -continua Quatremère- procederà senza dubbio l’effetto più o meno sensibile di quella unità astratta, qualità generale che produce, fra le parti, quel felice legame che ne forma un tutto» (ricordo Jean Nicolas Louis Durand: «edifici come risultato di un insieme di parti» 8; del primo tipo di unità il richiamo alla voce Système dice di conseguenza cosa ha da essere la composizione. Giuseppe Samonà nelle Considerazioni operative sulla morfologia urbana a proposito del lavoro per il piano programma del centro storico di Palermo scrive: «La definizione di sistema che ci interessa, riguarda (…) i sistemi nello spazio costruito e consiste nel riconoscimento dei rapporti di dipendenza tra gli elementi di tale organizzazione di spazi, sia esterna, che interna; per cui nel sistema un elemento presuppone l’altro e viceversa e vi fa ritrovare (…) un senso di uniformità nella dipendenza tra gli elementi stessi, intesa sia come selezione di interdipendenze che di dipendenze unilaterali. Perciò in se stesso il sistema di spazi costruiti è tale in quanto i suoi elementi sono formati per corrispondere in modo coerente a certe destinazione d’uso delle attività umane. Queste sono interne ed esterne e si definiscono nel sistema di spazi costruiti qualificandoli come tipologie, per la loro tendenza a generalizzare gli spazi relativi a determinate attività» 9. Elementi, o meglio, unità parziali definiscono l’edificio UHGC: unità funzionali in senso stretto, unità parti-architettura. I tre nuclei ascensori dell’unità di abitazione al Bastion Kellerman (Le gratte-ciel cartésien) di servizio alle quattro sezioni dell’edificio, diventano nel progetto UHGC una sola unità funzionale, distanze minime percorribili dal pedone come dalla unité alla metropolitana così dall’appartamento all’ascensore. Oppure le unità funzionali di «liberazione della padrona di casa» 10, in soluzioni che porteranno nelle idee di LC « a una rivoluzione nell’arte dell’alloggio» 11, saranno momenti fondamentali nella idea del proporzionamento della UH nel suo specifico essere di Grandezza Conforme. La crèche, e non una scuola elementare, è sul tetto dell’UHGC, il senso di Grandeur Conforme risiede anche qui; come «I servizi alberghieri francesi dovrebbero assumersi la conduzione delle abitazioni» 12, così in una società dove la nurse è appannaggio di pochi, i più potrebbero estendere il loro appartamento sul tetto della loro casa; la scuola pubblica sarà un’altra cosa, fuori, ai piedi della UHGC.

Le unità parti-architettura si compongono tra loro, descrivibili nella loro singolarità e nel loro essere sistema, il rapporto di dipendenza tra le parti LC lo chiama Unità di abitazione; in questa luce sono da leggersi le sezioni della tesi di dottorato dedicate ai pezzi del grande manufatto.

L’UH nasce per essere elemento costitutivo di una città altra rispetto l’attuale, e finisce per essere edificata nella periferia: questione marginale solo apparentemente.

L’UH come una macchina è indifferente al luogo (per misura e per posizione), idea chiaramente espressa da LC con un disegno ove sono una unité ed altri tre «prodotti standard del pensiero umano: il tempio antico, la cattedrale gotica, la chiesa rinascimentale (…)» i singoli elementi, macchine mute, «coesistono perfettamente nei singoli ambienti» 13. Autosufficeinte l’UH non necessita altro al di fuori di sé stessa; se il problema abitazione può essere risolto all’interno della città storica la questione è affrontabile cercando all’interno del suo tessuto la risposta, occasione alternativa (sempre interna alla città delle mura o dei bastions) è il Plan Voisin; poi pensando alla periferia soluzioni sono Marseille-Sud o il piano per Meaux.

Quale differenza rispetto un qualsiasi quartiere residenziale? L’UH come baraccopoli o come centuriazione di un territorio? Una Mileto nella ricostruzione di Ippodamo? Mileto come unità orizzontale, con ripartizione di funzioni secondo moduli che considerano pubblico e privato; con una connessione tra luoghi collettivi e percorrenze che trovano ancoraggio nella griglia ortogonale (segnata da cippi lapidei ancora oggi al loro posto); unità morfologica nella successione di spazi pieni e spazi vuoti all’interno della piccola penisola 14. Città per quantità finite, lo è il progetto lecorbusiano per Nemours, come per traslato il riferimento ippodameo.

LC costruisce la sua città ideale; la UH è una invenzione urbanistica (prima che architettonica) per un luogo che non esiste, divenendo antagonista della città ai cui margini poi sorgerà. Ma non siamo ai confini della fantasia, cosi come occorre ricordare che la Ville Radieuse (e le 17 tavole) è nata per una occasione concreta: la VR è il piano per Mosca 15.

lc-bardarshana.gifNota la diversità della Città Radiosa 16 delle 17 tavole con i prodotti coevi europei, e, non di poco conto il fatto che LC chiami con lo stesso nome l’UH di Marsiglia sottolineando, forse, la continuità dell’idea con il precedente grande piano, nella diversità rispetto al fare urbanistico del momento. Quando Carlo Aymonino descrive i percorsi che condussero ai due CIAM del 1929 e del 1930, inizia il racconto con le «realizzazioni della Municipalità di Vienna» 17. Muovendo dall’idea di Engels di non collegare la questione delle abitazioni a soluzioni filantropiche, problema quindi «isolabile e risolvibile in sé», ovvero negazione della distinzione tra città borghese e città operaia (satelliti, quartieri …), si sottolinea la scelta “politica” della soluzione viennese (rifiuto delle tipologie degli utopisti o delle soluzioni dimostrative) come contrappunto alla Cité industrielle di Garnier o agli esperimenti del razionalismo tedesco; la Municipalità di Vienna sceglie «di sviluppare ulteriormente la città tradizionale, organizzandola nelle sue linee generali e realizzandola per caseggiati, niente affatto autosufficienti, ma strettamente correlati; una possibilità di vita per la città “compatta”» 18. L’idea lecorbusiana di lotissement rationel, chiave per nuove possibilità per l’urbanistica, nella pratica derivata dai CIAM «una volta collegata ai risultati architetonici, sarà riassunta nel termine piuttosto equivoco di quartiere: il quartiere razionale» 19.

Secondo modalità date dal libero comporre volumi nello spazio unités si affiancano ad unités, se l’occasione è uno splendido teatro naturale sul mare (Nemours) la centuriazione godrà dei vantaggi dati dal luogo, se al contrario le unités si moltiplicheranno ai margini di un satellite di Parigi, queste macchine mute parleranno soltanto di loro stesse nell’indifferenza reciproca; tra loro il suolo potrebbe essere una distesa di color verde, ma non necessariamente. «Ciò che subito colpisce -scrive André Corboz- quando si esaminano i disegni di LC per la Ville de 3 millions d’habitants (1922) o per la Ville Radieuse (1935), quelli per la Großstadt Architektur di Hilberseimer (1927), quando si esamina il piano Braillard per Ginevra (1935) o il Milano verde (1938), ma anche piani di Siedlungen come quelli di Dammerstock (1927), Neubühl (1928), o Goldstein (1930), o ancora quando leggiamo la Carta di Atene (1934), è la differenza radicale che i protagonisti pretendono d’introdurre nei confronti della tradizione urbana, recente o antica che sia.

In questi progetti la relazione biunivoca che l’ordine continuo istituiva fino a quel momento tra i pieni dell’architettura e i vuoti delle vie e delle piazze sparisce, così anche la dispersione pittoresca della città giardino. Per contro, ciò che domina è l’isolamento dei volumi stereometrici, posti a buona distanza gli uni dagli altri, e nel contempo la loro distribuzione uniforme sul terreno (un terreno spesso trattato, nei limiti del possibile, come un piano quasi astratto)» 20. L’invenzione lecorbusiana, che ho chiamato borgo verticale, contiene invero il germe della sua negazione, da una parte città ideale che LC si costruisce, dall’altra invenzione che mal sopporta il confronto con la città contemporanea, divenendone un quartiere (Marseille-sud, Meaux, ben diversa la situazione del progetto Nemours): cosa tanto più manifesta nei progetti di iterazione del tipo che negli episodi di singola presenza. Se l’UHGC è, come si è sostenuto, una macchina, nel senso di autonomia, non avente necessità al radicamento, indifferente ai luoghi, avrebbe dovuto ambire a rendere radicale il distacco dalla forma della città, non cercandone il confronto ai margini del tessuto. Partendo dalla constatazione di un già visto nella spazialità del Settecento ed inizio Ottocento il Corboz, nell’articolo sopra citato, nota come i Moderni ripropongano uno «spazio assoluto quale Newton lo definì nel 1687 nei suoi Principia mathematica: “Lo spazio assoluto, che non ha alcun tipo di rapporto con l’esterno, per sua natura rimane sempre uguale a sé stesso e immobile”» 21. Nella misura in cui era «difficile per un mercante fiorentino del 1450 “leggere” la prospettiva centrale», o «per un borghese francese del 1930 decifrare una tela cubista», può accadere nella contemporaneita di non saper vedere. In altri termini il non aver sospeso il giudizio sulla città, avendo proposto una soluzione conflittuale ha dato il doppio risultatto di una UHGC allo stesso tempo Ville Radieuse e quartiere metropolitano.

Domandarsi del significato della unità di abitazione è questione interna all’edificio medesimo, e simultaneamente è entrare in relazione con quanto è al di fuori: la città. Volendo accettare il postulato di una operatività perdurante de «le grandi tipologie di LC» 22 è con il mondo contemporaneo che è da condurre il confronto, non nel senso della verificabilità o meno dell’episodio architettonico, ma nel continuare a pensare la complessa macchina, esemplare per la procedura compositiva che l’ha generata. «Se guardo alla realtà in senso filosofico dal punto di vista architettonico -continua G.Samonà-, mi convinco che la tipologia dovrà impossessarsi dei segni morfologici dello spazio in modo estremamente differenziato per riportarli fuori della storia alla storia stessa del futuro in forma creativa». Questo io credo accettando il dato oggettivo e principalmente senza rimozione alcuna, il contrario sarebbe come perdere il senso della memoria del presente vivendo della nostalgia della memoria in un museo chimerico del già vissuto e del non recuperabile. Nelle citate considerazioni per il Piano Programma di Palermo si legge: «la città antica ha una forte espressione umana, perché tutti gli spazi vi sono dati (…), il contrario avviene nella città che si espande dove lo spazio urbano non è dato ed è ancora in molti casi allo stato naturale, talvolta di disgregazione; perciò bisogna crearlo artificialmente». Oltre questo, dove limiti non sono più tracciabili, perché la commistione data dalla occupazione umana del territorio è senza soluzione di continuità, per «un preciso rapporto ecologico» 23 tra le parti indicazioni sono ricavabili dalle macchine lecorbuseriane.

«La periferia è la città contemporanea», scrive De Carlo, e «vale la pena di far qualcosa di più per capirla -la città contemporanea: conurbazione, periferia, suburbio che sia» 24.

Recentemente un quotidiano economico italiano ha annunciato di progetti ed accordi commerciali per esportare in Europa il modello americano degli Shopping Mall regionali. «Chi viaggia in auto su una rete stradale vicina ad una metropoli USA finirà per incrociare un Mall in media ogni 15 minuti. E non potrà non vederlo. Un regional shoping center è infatti un vero e proprio pachiderma architettonico (…)» 25 la sua forza e la sua diffusione nasce dalla dispersione della popolazione nella periferia e nella necessità del momento consumistico come rito collettivo. Qui chiaramente non interessa l’edificio commerciale ma il complesso di funzioni che racchiuse in un solo manufatto definiscono unità funzionali che da tempo ormai occupano le periferie d’oltre Atlantico (e le grandi città americane sono la periferia); così inoltre in luoghi come Los Angeles, San Francisco o New York sono apparse da tempo nuove figure funzionali, le 24 hours communities. Di queste nuove città verticali scrive il Corboz, «Non si tratta affatto di un ritorno nostalgico al cuore delle vecchie Downtowns decrepite, ma di unità nuove autosufficienti perché offrono, integrati in uno spazio ridotto, alloggi di lusso, uffici, centri commerciali e luoghi di divertimento» 26. Non è facile indicare se simili «mega strutture a funzioni multiple» diventeranno elementi morfogenetici della città diffusa.

È difficile sottrarsi alla ironia che sussiste tra l’assunto albertiano-lecorbusiano della abitazione come cellula costitutiva della città e l’anti-città-radieuse sub specie di UHGC (stessa cosa per le 24 hours communities o gli Shopping Malls). Certo è che la indicazione di unità di abitazione, intesa come procedura lecorbusiana di articolazione delle parti strutturate e chiuse in un piccolo cosmo, è risposta quasi a mo’ di incastellamento per una situazione urbanistica basso-medioevale.

Scegliendo come criterio di periodizzazione quello del «luogo di intervento», A.Coboz schematizza lo sviluppo dell’urbanistica del XX secolo secondo quattro momenti che voglio qui ripercorrere nel senso del ruolo dell’UHGC come edificio e come idea compositiva nella costruzione della città contemporanea 27. Prima fase l’urbanistica accanto/ o fuori dalla città; seconda fase l’urbanistica contro la città; terza fase l’urbanistica nella città; la quarta fase sarà quella della città-territorio (quella dell’urbanistica del territorio urbanizzato nella sua totalità). «Il secolo inizia con il successo prodigioso di un concetto innovativo, quello della città giardino», queste schematicamente avrebbero dovuto rimpiazzare la città esistente, «il luogo dell’intervento non riguarda quindi la città» ma è costruzione accanto alla città. La seconda fase gravitante intorno ai CIAM vuole «sostituire la città esistente con una citta “razionale”», sarà la nascita di «tutti i quartieri, tutte le città-satellite, tutte le ricostruzioni nelle quali la nuova sostanza urbana è costituita unicamente da edifici in linea ed edifici a torre immersi in uno spazio troppo vasto». Se per le prime due fasi è facile per Corboz indicare il testo fondatore, Ebenezer Howard, Tomorrow: a Peaceful Path to Real 1898 e Camillo Sitte, Der Städtebau nach seinen künstlerischen Grundsätzen 1889 da una parte e la Charte d’Athènes nella versione LC dall’altra, non altrettanto semplice è per la terza fase; forse L’architettura della città (1966) di Aldo Rossi, in ogni caso, sostiene Corboz, vi è «l’abbandono delle tesi CIAM -dovuto anche ad un conflitto di generazioni». Le caratteristiche di questo terzo momento urbanistico potrebbero essere indicate nel rifiuto del grado zero della città, riabilitazione della dimensione storica, superamento della distinzione assoluta delle funzioni e ripensamento della idea stessa di funzione.

L’ultima fase indicata, quella dell’oggi, parte dalla constatazione che le città«tendono a divenire reciprocamente limitrofe», la nozione di periferia necessita di una revisione in relazione alla mutata centralità dei centri storici. Superati i luoghi comuni di malattia, disordine, ecc., «elaborare con urgenza una nozione di città come luogo della discontinuità, della eterogeneità, della frammentazione e della frammentazione ininterrotta». Il riferimento a LC, alla Unité d’Habitation de Grandeur Conforme, ma avrei potuto dire Uffici Olivetti a Rho o Palazzo dei Congressi a Strasburgo, chiama in causa una procedura che si potrebbe definire composizione «per -via-di-volumi» 28 che, connessa ad un piano-programma, consideri la città come fatto problematico e «tolleri, produca e combatta il disordine» 29 urbano.

In altri termini si può dire che le grandi tipologie lecorbusiane potrebbero trovare la loro verificabilità nell’oggi nella difficile soluzione del trattamento dello spazio della città in espansione. «Impossessarsi dei segni morfologici dello spazio» è la possibilità di gestire le nuove scale della città metropolitana che non essendo più quelle della città storica hanno necessità di una unità di misura altra. In che senso si è detto dell’UHGC come centuriazione se non come desemantizzazione di una pratica definita dalla storia e costruzione per micro-città che strappate al piano orizzontale diventano nello spazio tridimensionale volume combinazione di volumi, unità autonome. Questa città implosa -l’ Unité d’Habitation, o un’altra delle grandi tipologie lecorbusiane- recinto interno ad una realtà urbana difficile da descrivere è come una piccola isola della laguna. Abbandonata la sua originaria veste anfibia, grazie ad una cinturazione di elementi lapidei, l’isola anfibia perimetrata si sottrae all’indistinto; la separazione tra un dentro ed un fuori (mare e terra) genera un luogo (una unità) di intervento sul quale costruire. Gioverà volendo dire dell’idea di unità, e restando nell’ambito di quei traslati necessari per dire di architettura, riferirsi attraverso le parole di Saverio Muratori alla tecnica edilizia residenziale veneziana nella quale «vi è un intendimento dell’unità distinzione che consente la più metodica e sottile separazione di funzioni senza perdere il discorso unitario, la partecipazione simultanea, la pluralità coordinata e la polifonia di interessi. Parlo di quegli elementi unificanti aperti che sono la corte passante negli organismi multipli, la sala passante nella cellula abitativa, la cui contropartita implicita è costituita dal parallelismo distinto dei percorsi (acquei pedonali, di rappresentanza e di servizio) l’affaccio su due distinti ambienti e funzioni, la trasparenza capillare degli spazi e specie di esterno-interno (unità distinta e articolata) e, fuori di metafora perché appena attua nelle concrete funzioni, la pienezza di universale e individuale, di tipico e singolare, di pubblico e privato» 30

LC rivendica con una serie di brevetti l’invenzione della UH, ne codifica l’usabilità come prodotto che può nascere dalla catena di montaggio dell’industria, ed è sicuramente proprio dall’asettico apparato descrittivo che costituisce il testo (ed i testi) del brevetto, unitamente ai disegni esplicativi, che emerge la più semplice descrizione di cosa sia una unità che si genera per composizione di parti. Queste sono descritte nella loro singolarità, fino alla minuta scomposizione dei singoli pezzi, nel complesso della necessità generale alla quale fanno riferimento.

Necessità generale che è lo specifico architettonico unitamente al tema funzionale, risposta ad una esigenza di alta densità, in sostanza una possibilità data all’architettura di indicare una soluzione ad una richiesta urbana.

È proprio attraverso i brevetti, più che dalle cinque UHGC, che si chiarisce perché l’edificio per abitazione è definito unità.

Contemplando la possibiltà di modificazione (ovvero un modello adattabile allo specifico dei luoghi) una composizione per parti date, quale è l’UHGC, presuppone un momento “elastico” che considera la singolarità del caso specifico come una occasione.

Il sussistere di una corrispondenza biunivoca tra numero di abitanti e quantità di servizi presenti potrebbe essere indicazione per lo standard volumetrico dell’edificio ed aprire al tema della Grandezza Conforme, non è da tralasciare comunque come la possibilità per l’UHGC di comprendere variazioni delle parti e contemporaneamente la presenza dei servizi stessi siano occasione per una architettura che ripensa una sorta di palazzo di famiglia sotto forma di alloggio collettivo. meaux.gifLa complessa macchina accetterà anche le forti menomazioni (UH tipo Berlino) così come al contrario permetterà l’accentuazione della sua presenza per ripetizione del tipo (Strasburgo, Marseille-sud, Meaux). Modificazione e non semplice variazione di dimensione, o della forma di alcune sua parti, ma bensì modificazione come esercizio sui caratteri immutabili della tipologia: la invenzione del Nostro che ripensa il lotto gotico è il punto di partenza di una ricerca che troverà il suo apice per quanto riguarda la UH nel logis tipo E2. Problema di traslazione di elementi che dal catalogo della storia, o dal catalogo della ricerca personale, vengono immessi nel progetto, il risultato lecorbusiano sarà una composizione per montaggio dove figure approdate diversamente ad una nuova usabilità possono moltiplicarsi serialmente o trasformarsi conformemente alla sorgente originaria. Poi le difficoltà non saranno di poco conto; nelle Riflessioni sommarie sull’insegnamento dell’architettura Etienne Louis Boullée scrive che «sarà conveniente far disegnare all’allievo la facciata della capanna, dopo di che gli si farà acquistare conoscenza di una planimetria mostrandogli il modo di disegnarla. Ugualmente per il profilo o la sezione della capanna gli si insegnerà l’arte di unire l’interno con l’esterno Da questa capanna lo si farà passare successivamente a costruzioni più complesse e infine a un edificio d’affitto» 31. Al telaio (ovvero il sostegno della composizione che nel caso Meaux sarà in acciaio) l’arte di unire aggancia cellule x, y, z nelle combinazioni desiderate. L’operazione condotta sui ridotti volumi degli appartamenti interviene sul fruitore di tale spazio con un “condizionamento psicologico” preponderante; la perizia di LC, che è scultore, in questo campo non richiede ulteriori considerazioni.

Del coinvolgimento urbano nel pensare l’abitazione si è detto, resta l’UH nella sua articolazione: presenza simultanea di scale diverse, occasione aperta verso i temi che hanno nella periferia (esterna ed interna) il loro fulcro.

È, l’UHGC, come prima cosa una risposta al problema abitazione; la domanda se la questione esiste ancora nei termini engelsiani non introduce una banale problematica, superfluo infatti è dire di volgere lo sguardo alle grandi metropoli europee, la periferia della città di Lione, ad esempio, sembra oggi essere l’antefatto della narrazione di una rivolta urbana, e di queste cose si dovrà tenere conto. Seconda cosa è la macchina messa in moto da LC, che come detto precedentemente al pari di altri grandi progetti (unità di produzione come il progetto per la Olivetti a Rho, ad esempio) diventa una possibile indicazione (altre certamente potranno contemplarsi) per scenari futuri dove sempre più si sarà chiamati ad esprimere giudizi sul territorio. Parlo sia di quello ancora prezioso per le sue qualità «iconiche», sia del territorio maggiormente compromesso ma le cui valenze sono comunque un dato da considerare (o scoprire); la difficoltà di produrre indicazioni definitive, ammesso che si possano pensare soluzioni di tal fatta, devono aprire a soluzioni che considerino ambiti parziali. Questi paquebots lecorbusiani possono con la loro mole (non solo intesa come entità fisica ma nel senso della complessità ed articolazione interna) muovere tali quantità acquee che nulla potrebbe restare silenzioso d’intorno.


Il senso in cui LC usa il termine outils (l’UHGC è infatti uno strumento che successivamente si chiamerà con il nome del luogo ove sorgerà), indica architetture che diventeranno strumenti per la costruzione della città, in alcuni casi saranno elementi personali precedentemente entrati a far parte di un repertorio da cui attingere, in altri invenzioni nuove.

Nel progetto per il centro di Berlino (1961) vengono rievocati manufatti altrove studiati (un esempio per tutti il Parlamento di Chandigarh); interessante, in questo caso, è come l’eccezionalità di questi episodi, nel senso di presunta irripetibilità di un elemento nato per uno specifico contesto, non infici la procedura di collage messa in atto sulle rive della Spree.

«Composto con tecnica del montaggio, secondo un principio poetico nel quale si intravede la procedura» 32 il Capitol di Chandigarh è un altro momento esemplare del metodo. Il campidoglio contempla la esistenza simultanea (si torni voce sistema del dizionario di Quatremère precedentemente citato) di elementi fissi ed altri variabili; in un rigido quadro di riferimento il progetto accetta la sostituzione di una sua parte (Il palazzo del Governatore con il Museo della Conoscenza), senza esserne compromesso: operazione che si arma di una griglia teorica che garantisce, in un mutuo scambio, procedura e composizione.

Nella costruzione del piano o nella costruzione del manufatto procedura e composizione appaiono omologhi; dire dei brevetti per l’UH è porre l’accento sulla possibilità per il progetto di configurare la molteplicità delle scale diverse in una gestione simultanea delle parti: il gruppo di elementi (nella multiscalarità) si articola secondo una relazione d’ordine ovvero gestione della figura d’insieme del grande manufatto lecorbusiano secondo leggi interne al progetto (nel senso di relazione tra le parti componenti l’insieme).

Quale è il senso di gruppo? Scrive LC in Urbanisme, come didascalia ad uno schizzo con il gli elementi del Prato dei Miracoli: «Pise: cylindres, sphères, cones, cubes» 33, gli stessi torneranno associati alle parti del palazzo dei Soviet ed al palazzo delle Nazioni Unite a Manhattan; «Rievoco ancora alcune tappe che mi hanno colpito in precedenza: il nostro palazzo dei soviet del 1931 e la sua conferma scorta dai finestrini del rapido Parigi-Roma, il 4 giugno 1934 in direzione del Camposanto di Pisa» 34. Si definisce gruppo un insieme di elementi nel quale esiste una legge di composizione cioè una funzione univoca per la quale gli elementi in questione godono di specifiche regole di relazione interna; la scomposizione e ri-composizione che LC fa degli elementi pisani è esemplare al pari delle operazioni didascaliche sulla UHGC, o caso più emblematico gli “esercizi di stile” per l’articolazione del palazzo dei Soviet 35.

La possibilità di individuare all’interno della struttura (intesa nel senso di composizione) dei sottogruppi istituisce una legge associativa tra le parti, ed il telaio (si vedano i brevetti) avrà il ruolo di funzione, in senso matematico, di garanzia di corrispondenza.

La codificazione che avviene con i brevetti può essere interpretata come il momento di generalizzazione della procedura lecorbusiana.

La costruzione del repertorio (sarà indicata l’UHGC come ambito di confluenza della sommatoria dei progetti lecorbusiani in una traslazione più o meno esplicita) può con definizione presa in prestito da un ambito esterno all’architettura, quale l’algebra moderna, essere messo in relazione con l’idea di struttura.

file0194.gifTrattasi, una struttura, del luogo dove elementi possono associarsi, essendo essi (elementi) il sostegno 36 dell’impalcato logico, essendo quest’ultimo il sistema delle leggi interne della composizione. Se è vero che l’architettura agisce su modelli che essa stessa costruisce, particolari strutture possono essere l’oggetto della osservazione, e, da questi modelli (o strutture) dedurre dell’indicibile (o difficilmente dimostrabile o trasmissibile) che è nello studio della composizione architettonica.

Gli elementi pisani, o i disegni-studio per il bouteille-bouteiller con insistenza evocati in questo lavoro di ricerca definiscono ambiti astratti, particolari tipi di strutture quali i gruppi . In questo senso il sostegno della struttura, ovvero gli elementi del sistema considerati nella lelaio-02.gifloro singolarità (per esempio le cellule x,y,z) si danno come presenza, o non presenza, nel telaio portante (bouteiller ) in occasioni il cui senso è garantito dal bouteiller stesso.

Una possibile chiave di lettura delle PARTI di questa tesi risiede nel considerare in visione sinottica i sostegni, e le leggi a questi ultimi applicate: si voglia leggere come gruppo sia l’insieme di elementi 37 UHGC composti secondo una legge additiva (PARTE SECONDA), sia il valore singolo dell’UHGC nella ricchezza del suo essere composta per sottoinsiemi cosi come lo sono i suoi logis (PARTE QUARTA). Inoltre non sembri secondario l’aspetto dell’evoluzione inquadrata in un ambito temporale della nascita e dello sviluppo di alcune questioni perché anche attraverso questo particolare aspetto ci si apre a trattare della articolazione delle parti della composizione (PARTE QUINTA).

Se come detto i brevetti (PARTE SESTA) sono un aspetto significativo della questione compositiva proprio telaio-03.gifnella esemplarità che il momento sintetico illustrativo del brevetto stesso richiede, una equivalenza-verifica può essere fatta con gli esiti applicativi delle realizzazioni delle cinque unités intese come gruppi isomorfi (PARTE PRIMA). In conclusione può leggersi la Grandezza Conforme della UH come quella particolare legge che applicata al sostegno (o durandianamente alle parti) ne giustifica l’esistenza, in quanto garanzia di necessità (PARTE TERZA).


Doppia è la valenza da rintracciarsi nel riferirsi all’UHGC: elemento dell’architettura dell’abitazione nella costruzione della città contemporanea ed insieme oggetto di studio per la composizione architettonica.

Al tramonto del millennio, figli di un secolo dalle trasformazioni radicali restiamo muti di fronte ad una città sfuggita ad ogni controllo; perdurando invariata per l’uomo la vocazione al dimorare (luoghi pubblici e luoghi privati) occorre pensare per l’abitazione ordini in movimento, restando nella fruttuosa metafora dell’equivalenza con l’urbano come indicazione operativa (in matematica moderna si dice ordine il numero degli elementi del gruppo; l’architettura, che non può pensare l’infinito, può contemplare la possibilità della modificazione continua 38.

Alla equivalenza voglio tornare come spiegazione della scelta del riferirsi a LC.

All’alba di periodi di cui ignoriamo gli sviluppi ma di cui avvertiamo il dolore disperato, in un tendere verso enclaves sempre più ristrette ed alimentati dal mito ambiguo della globalità del villaggio, l’abitazione potrebbe essere anche il sacello finale entro cui spegnere ogni “tendere” verso i nostri simili; e tale è la città contemporanea. Ma come quando bambini, a scuola, ci insegnavano che la cultura dell’occidente si è salvata, o nata, nei “secoli bui” protetta da alte mura, così si può solo sperare in possibilità nuove per il fare architetonico in un ripensapento radicale della metafora albertiana.


note

1 Sono trascorsi ormai oltre sessanta anni da quando ai C.I.A.M. del 1929 e del 1930 fu posta proprio l’abitazione come tema dei congressi ed è forse proprio il lungo periodo trascorso, ad indurre un ritorno su una serie di questioni ad oggi non risolte. Di tre anni precedente il Congresso di Bruxelles, il libro di Ludwig Hilberseimer sull’architettura della grande città si struttura in argomenti, ciascuno per un elemento componente la complessa architettura della grande città (la città come tipo scriverà Hilberseimer). Il capitolo intitolato Edifici di abitazione si articola come una piccola storia dell’abitazione nell’architettura moderna. L’accento non viene posto sulla etereogeneità delle soluzioni descritte quanto sul significato della progettazione dell’edilizia residenziale. «lI suo reale significato non è stato mai compreso. La casa è invece il problema edilizio del presente, il vero problema architettonico della grande città». Problema non solo della grande città ma anche delle piccole e medie città come appare lampante nella contemporaneità italiana, comunque, in ambedue i casi questione di rapporto tra tipologia edilizia e forma della città. La vastità del problema, nell’ottica dell’era macchinistica ispirava idee di industrializzazione della produzione edilizia residenziale. «Il quartiere di L-C, così come le due Siedlungen Torten presso Dessau,realizzata da Walter Gropius, e Praunheim presso Francoforte sul Meno,opera di Ernsyt May, rappresentano i primi tentativi su vasta scala di una industrializzazione dell’edilizia. Per ovviare al pericolo di una assoluta uniformità delle costruzioni (…) W.Gropius cerca di realizzare una tipizzazione non dell’intera casa, bensì delle sue parti costruttive». Dopo il CIAM di La Sarraz il secondo dei Congressi internazionali di architettura moderna si svolge a Francoforte nel 1929 ed ha come tema l’abitazione. Il minimo vitale sotto il quale l’uomo cessa di essere tale, il minimo vitale per la costruzione della nuova architettura: minimo che è «anche una questione di misure, di dimensioni ecc; ma non in senso assoluto, bensì relativo a delle condizioni relativamente “civili” o comunque indispensabili non tanto alla sopravvivenza quanto ad una esistenza sociale».C.Aymonino (a cura di), L’abitazione razionale, atti dei congressi C.I.A.M. 1929-1930. Marsilio1971.


2 Nell’ambito del Dottorato 7° ciclo ho partecipato a due seminari progettuali: «ARCHITETTURA delle/nelle PERIFERIE della/nella CITTÀ/AREA METROPOLITANA». Non vi era coinvolgimento diretto della questione abitazione, ma è evidente come questa sia sempre l’orizzonte di riferimento di ogni pensiero sulla periferia come luogo della “ricostruzione”, come luogo sempre in formazione.


3 Antonio Monestiroli, La metopa ed il triglifo, in Quaderni del Dipartimento di progettazione dell’architettura del Politecnico di Milano n°13. Città Studi 1992.


4 «In contrapposizione a L-C, che, nonostante l’apparente concentrazione della city, finisce col progettare in sostanza una città orizzontale, Ludwig Hilberseimer tenta di dare alla sua metropoli una struttura verticale. Invece di continuare ad espandere la città nella pianura, egli concepisce una più forte aggregazione e concentrazione. I singoli elementi urbani, distinti in base alla loro funzione, sono disposti nel senso dell’altezza. Ne risultano per così dire due città sovrapposte. Sotto la città degli affari con la sua circolazione di veicoli. Sopra la città residenziale col suo traffico pedonale» (L.Hilberseimer, Groszstadt Architektur). Si propone la trasformazione del riferimento a L-C ed a L. Hilberseimer in una metafora dell’idea della cosiddetta città cablata. Torna in modo significativo la relazione lecorbuseriana tra luogo dell’abitare e luogo del lavoro. La relazione fisica è in un caso la strada orizzontale nell’altro la strada verticale. La coincidenza tra luogo del lavoro e la residenza che avviene nel grattacielo della città verticale (una coincidenza che richiede pur uno spostamento fisico) può diventare la parafrasi dello sviluppo della informatizzazione totale, di una realtà che non richiede una fruizione fisica dello spazio. La diffusione di strumenti informatici comporta una riconsiderazione, in una prospettiva storica, del concetto di spazio e del concetto di tempo. Come lo stravolgimento dell’era macchinista porta L-C ad un nuovo sviluppo del pensiero sulla città, così alla luce delle attuali innovazioni si puo ripensare l’abitazione in un ruolo diverso nella costruzione architettonica della città contemporanea.

5 I riferimenti sono tratti dall’edizione italiana a cura di V.Farinati e G.Teyssot, Quatremère de Quincy Dizionario Storico di Architettura. Saggi Marsilio 1992.

6 G.Polesello, lezione tenuta allo IUAV il 26novembre 1987 sul tema della Unità in architettura.

7 Si veda la voce Unité nel Dictionnaire raisonné de l’architecture française du XI au XVI siècle. In italiano: M.A.Crippa (a cura di), E.Viollet-le-Duc, L’achitettura ragionata – Estratti dal Dizionario. Jaca Book 1982.

8 E.D’Alfonso (a cura di), J.N.L. Durand Lezioni di Architettura. CLUP 1991.

9 C.Ajroldi, F.Cannone, F.De simone (a cura di), Lettere su Palermo di Giuseppe Samonà e Giancarlo De Carlo. Per il piano programma del centro storico 1979-1982. Officina 1994.

10 La liberazione della padrona di casa, è il titolo del brano a commento della tavola n°18 in LC,Proposte di Urbanistica. Zanichelli 1984.

11 LC in Proposte di Urbanistica cita un articolo di Paul Clodel comparso su L’Hygiène sociale n°9, novembre 1994.

12 LC in Proposte di Urbanistica fa riferimento agli elaborati della sezione III, Attrezzatura domestica, dell’ ASCORAL.

13 LC, op.cit.

14 Mirabile descrizione della città di Mileto la si ha in M.Coppa, Storia dell’urbanistica, Le età ellenistiche. Officina 1981. Il paragone tra la centuriazione, o la città ippodamea, è stata a me suggerita dal Prof.G.Polesello in una conversazione allo IUAV nell’inverno del 1994.

15 «Mi era stato inviato un questionario dalle autorità di Mosca (…) Dopo aver dettato la mia risposta (…) intrapresi l’esecuzione di una ventina di tavole». LC, La Ville Radieuse. Vincent-Fréal, Paris 1933; p.90.

16 Per quanto riguarda le possibili origini del nome VR rimando alla lettura di F.Tentori, Rileggendo alcuni progetti di LC, in Studi in onore di Giuseppe Samonà, pp.414-415. Officina edizioni.

17C.Aymonino (a cura di), L’abitazione razionale, atti dei congressi C.I.A.M. 1929-1930. Marsilio 1971.

18C.Aymonino (a cura di), op.cit.

19 C.Aymonino (a cura di), op.cit.

20 A.Corboz, Avete detto “spazio”?, in Casabella 597-598.

21 A.Corboz in op.cit., propone una «mutazione del nostro rapporto con lo spazio (..) tanto più necessaria in quanto i problemi della città-che-si-sta-costituendo-sotto-i-nostri-occhi non sono più quelli dei centri, ma quelli delle zone, delle appendici, dei margini e delle enclaves coestensivi a questa “città”, cioè in ciò che chiamiamo periferia. Perché se il tempo della tabula rasa è finito, lo è anche quello del ritorno al centro, che si tratti di “salvaguardarlo” (perché storico) o di ricostruirlo (perché lacerato dalla guerra o dal rinnovamento urbano)». La ricerca «addestrata topologicamente e formatasi al contatto con l’arte contemporanea» dovrebbe condurre ad una lettura della periferia e del suo disordine come un «ordine da indovinare».

22 G.Samonà, Colloquio con Giuseppe Samonà, in Aura n°1 1989 a cura di M.Montuori.

23 G.Samonà, Considerazioni di metodo, in U.Siola (a cura di), Architettura del presente e città del passato. Shakespeare and company 1984.

24 G.De Carlo, La periferia è la citta contemporanea, in Spazio e società .

25 G.Padula, Le cattedrali dei consumatori, ne Il Sole 24 Ore 6 dicembre 1994.

26 A.Corboz, La “non-città”rivisitata, in Urbanistica settembre 1988.

27 A.Corboz, L’urbanistica del XX secolo: un bilancio, in Urbanistica 101 dicemmbre 1990.

28 G.Polesello, Le nuove figure delle aree centrali nella dimensione metropolitana della città, in Dottorato Ricerca Composizione architettonica: Le nuove figure delle aree centrali nella dimensione metropolitana della città – Il Caso Garibaldi-Repubblica, Milano. IUAV-Il Cardo 1994.

29 A.Corboz, op.cit.

modulor-marseille.gif30 S.Muratori, Studi per una operante storia urbana di Venezia. Roma 1959.

31 E.L.Boullée, Architettura. Saggio sull’arte. Introduzione di A.Rossi. Marsilio 1981.

32 G.Polesello, lezione tenuta allo IUAV il 30 novembre 1990.

33 Si veda p.53 cap.5 Classement et choix di Urbanisme. Éditions G.Gres et Cie Paris 1924. Lo stesso disegno appare in OC 1910-29 p.19 al capitolo sui viaggi e gli studi.

34 LC, Il Modulor p.164; Mazzotta 1974. Inoltre la stessa immagine è in LC Carnets vol.IV dis. n°970; Electa.

35 Israel Grossman, Wilhelm Magnus, I gruppi e i loro grafi. Zanichelli 1980.

36 Appare lampante l’inversione del senso di sostegno rispetto al senso comune della definizione. Sostegno ad esempio può intendersi il gruppo delle bouteilles lecorbusiane che associate ad una legge additiva si articolano nel bouteille-bouteiller.

37 Nella teoria degli insiemi, l’elemento è l’ente, o oggetto, che singolarmente entra a far parte di un insieme o di una classe.

38 Alfredo Piccato, Dizionario dei termini matematici. Rizzoli 1987.




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