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Una gita a San Cataldo


PDF San Cataldo


Sedibus ut saltem placidis in morte quiescam[i]

Mattia P. prima di partire per Modena, aveva fotocopiato da un librettino su A.R. la doppia pagina con la pianta del camposanto. Piegata in quattro parti era finita nella tasca posteriore dei jeans. Arrivato, l’aprì e controllò come fosse una mappa; poi la ripiegò in senso contrario per togliere la forma della seduta impressasi alla carta e cominciò a camminare a fianco del muro del Costa. Gli sembrò d’essere ai piedi del vallo d’una città assediata – come in un film – con le tende degli assalitori intorno. La scalinata, il loggiato colonnato, poi la spianata interna … ma la mappa fotocopiata non gli aveva detto tutto. Il recinto del Costa non gli si presentò vuoto come nella rappresentazione: un’esplosione di tombe da tempo aveva invaso il vasto rettangolo neoclassico; e la nebbia, come nel racconto dell’autobiografia di A.R. penetrante nel Sant’Andrea di Mantova[ii], imprevedibilmente modificava, alterava quel paesaggio asfittico, raggelato dalla presenza polverosa del bronzo di Pomodoro.

Nei giorni che avevano preceduto il viaggio, Mattia aveva cercato di preparare il suo spirito leggendo, “L’azzurro del cielo”; quel titolo era anche il motto scelto da A.R. per il concorso per l’ampliamento del cimitero. La visione satura del paesaggio, senza ossigeno, incorniciato tra le colonne di Andrea Costa gli fece tornare in mente il racconto di Battaille: inevitabilmente ripensò a Barcellona ed alle desolanti fotografie della Michaelis. Poi disse ad alta voce, per ascoltare l’effetto delle sue parole riflesse dal loggiato:«Già le frasi sono morte, come nei sogni…»[iii].

Si voltò su se stesso. Ridiscese velocemente i gradini del podio e riprese a muoversi in direzione del sepolcreto ebraico dalla cui porta fu come risucchiato. Si ricordò di quello di Praga, che come il corpo di un feticcio africano conficcato di punte e di chiodi era un trionfo accalcato di lapidi confitte nella terra senza erba: a San Cataldo il campaccio quasi quadrato sembrava vuoto.

Alzò gli occhi verso il muro di confine. Vide il lungo portico, la successione prospettica dei piani: i disegni di A.R., casette galleggianti in metafisico distacco. Poi s’immaginò il muro inquietante delle Storie di San Giovanni nella Cappella maggiore a S.M. Novella. Se il Ghirlandaio avesse tolto i suoi personaggi, avrebbero potuto prender posto un Nashe e un Pozzi messi lì, da Paul Auster, a costruire, faticosamente, il muro di The Music of Chance in quel tragico gioco dell’oca della Città del Mondo inventato da Stone. Il gigantesco plastico, descritto nel romanzo, lo aveva sempre inquietato, e ancor più il «modello del modello»: la cinica tautologia non sfuggì ad un paragone con il luogo ove, ora, si stava muovendo. Buttò solo un occhio al crematorio e corse verso il portico.

Raggelò; la contrazione spaziale dovuta alla presenza del lungo corridore lo costrinse ad avanzare, poi tornò indietro. I ruderi delle strade delle città imperiali del vicino oriente romano tra colonnati, mura, edicole in continua successione non gli apparvero meno strazianti della metafora urbana messa lì in rappresentazione dall’architetto. Tornò indietro, stordito non da quello spazio stretto ma dalla grande lunghezza del porticato: quelle bianche cappelle private, tutte uguali, addossate alle due mura parallele erano più eloquenti di una qualunque altra retorica funebre: Cabine dell’Elba, Impressions d’Afrique, «dimensione minima del vivere…»[iv]. Fu la totale assenza di spazzatura nella zona piano terra di quella sorta di xystum – una pulizia insolita, non uno dei soliti rifiuti scarto del culto dei morti – che lo spinse a tornare a ricordare quanto aveva immaginato nei giorni precedenti. Quell’ambulacro era la sala dei passi perduti del nuovo cimitero. Ora ne era convinto. Si ricordò anche della “A” che compare in ripetizione seriale negli schizzi prospettici di studio dei telai in c.a. del portico: è il suono che si fa immagine – disse tra sé – come in una delle dieci Sephirot beli-mah [v]. È la “A” di A.R., la prima delle firme in questo testamento in cemento nel quale Mattia si sentiva immerso. I passi perduti; luogo essoterico prima dell’ingresso nel recinto sacro; una cerniera tra ambiti architettonici diversi: qui ci si spoglia – pensò. Tirò, per la seconda volta, la fotocopia fuori di tasca e si lasciò scivolare attraverso il portale del muro perimetrale.

Era dentro il cimitero di A.R.

Vide il cubo rosso, se ne fece attrarre, percorse velocemente il campo di inumazione ma non trovò che una distesa verde, non v’erano tombe, non una delle otto stele di pietra riportate nel disegno del progetto. S’infilò nel sacrario quadrato, «nella casa dei morti».

C’è una tavola di A.R. intitolata il gioco dell’oca – aveva nuovamente la sensazione d’essere in una della 63 case di quell’antico gioco – dove la proiezione zenitale dell’ombra della casa rossa senza piani e senza copertura avrebbe potuto sembrare un’ideale scacchiera. Il pavimento a quadri bianchi e neri è caratteristico di alcuni templi esoterici dove gli iniziati percorrono i loro primi passi nell’inseguire più ampie prospettive. Mattia sapeva, e glielo confermava la fotocopia, che alla fine del percorso avrebbe dovuto trovare un edificio a pianta circolare. Dal quadrato al cerchio: non gli sfuggiva il simbolismo certamente non casuale di quel percorso. Ma la torre tronco conica, memoria di un Boullée assetato di forme pure esposte al gioco della luce e delle ombre, non era lì. Quel non costruito gridava un’invocazione alla trasformazione, come se tutto quel cimitero fosse un immenso cenotafio alla memoria dell’uomo stesso. Altre parti Mattia scoprì non realizzate: mancava la «successione regolare di parallelepipedi inscritti in un triangolo nella proiezione planimetrica sul terreno»: gli ossari. Di questi v’era solo un braccio piegato a 90°, una squadra alla quale nella realtà edificata nulla è contrapposto, ma che troverebbe nel progetto un simmetrico opposto. Quelle due braccia levate al cielo gli dicevano dell’ideogramma egizio ka, sfuggente nella definizione, ma che gli sembrava pertinente a quel luogo, alludendo al soffio vitale nel suo separasi, nell’aspirazione alla perfezione. S’immaginò quel triangolo in pianta, che era come una freccia indicante un percorso, isoscele con vertice a 45°, lì a raccontare della «difficoltà del chiudere una triangolazione»[vi].

Osservò queste ed altre cose dalle finestrelle dell’ultimo livello del cubo rosso, poi desiderò solo raggiungere un luogo caldo, discese velocemente le scale in grigliato metallico e tornando su i suoi passi uscì dal camposanto.



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[i] «Affinché nella morte io trovi pace almeno in una placida dimora»: con questa citazione del libro VI,v.371 dell’ Eneide inizia The Tomb di Howard Phillips Lovecraft.

[ii] Aldo Rossi, Autobiografia scientifica. Pratiche editrice. Milano 1999. Pag.9.

[iii] Georges Bataille, L’azzurro del cielo. Einaudi tascabili. Torino 1997. Pag.76.

[iv] Aldo Rossi, op.cit. Pag.56

[v] Sephitot astratte.

[vi] Aldo Rossi, op.cit. Pag.116

Copertina di “note” n.49 (Rivista del?ordine degli Architetti di Teramo): Cimitero di San Cataldo, Modena, di Aldo Rossi. La fotografia è fatta da una finestrella del sacrario, ovvero il grande cubo rosso che è al centro della composizione.

Foto L.F.DiF.2001

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